Parte generale

MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO

ai sensi del D. Lgs. 8 giugno 2001 n. 231

PARTE GENERALE

SOMMARIO

  1. IL QUADRO NORMATIVO

    1. INTRODUZIONE

    2. IL CATALOGO DEI REATI PRESUPPOSTO

    3. LA RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DA REATO DEGLI ENTI

    4. I MODELLI DI ORGANIZZAZIONE, DI GESTIONE E DI CONTROLLO

    5. I CODICI DI COMPORTAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA

    6. SANZIONI E VICENDE MODIFICATIVE DELL’ENTE

  1. LA SOCIETA’

    1. LA SOCIETA’ ACQUAENNA S.C.P.A.

    2. IL MODELLO DI ACQUAENNA S.C.P.A.

    3. IL CODICE ETICO DI ACQUAENNA S.C.P.A.

  1. L’ORGANISMO DI VIGILANZA

3.1. LA STRUTTURA DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

3.2 POTERI E COMPITI DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

3.3 I FLUSSI INFORMATIVI DA E VERSO L’ORGANISMO DI VIGILANZA

  1. IL SISTEMA DISCIPLINARE

    1. I PRINCIPI DEL SISTEMA DISCIPLINARE

    2. MISURE APPLICABILI NEICONFRONTI DEI SOGGETTI APICALI

    3. MISURE APPLICABILI NEI CONFRONTI DEI SOGGETTI SUBORDINATI

    4. MISURE APPLICABILI NEI CONFRONTI DEI TERZI AVENTI RAPPORTI CONTRATTUALI CON LA SOCIETA’

  1. DIFFUSIONE DEL MODELLO

    1. PRINCIPI GENERALI

    2. COMUNICAZIONE DEL MODELLO

    3. FORMAZIONE

1. IL QUADRO NORMATIVO

1.1 INTRODUZIONE

Il Decreto Legislativo 8 giugno 2001 n. 231 ha introdotto nell’ordinamento italiano la responsabilità amministrativa degli enti per un fatto costituente reato.

Ai sensi della predetta disciplina, la commissione di determinati reati da parte di soggetti funzionalmente legati all’ente può comportare l’applicazione di sanzioni amministrative pecuniarie o interdittive che possono incidere fortemente sull’esercizio dell’attività della società che abbia tratto profitto dal reato.

Il sistema introdotto dal D. Lgs. 231/ 2001 coniuga i tratti dell’ordinamento penale e di quello amministrativo, configurando un “tertium genus” di responsabilità, compatibile con i principi costituzionali di responsabilità per fatto proprio e di colpevolezza.

In particolare, sebbene la normativa delineata dal Decreto sia strettamente agganciata alla commissione di un fatto illecito e la sede in cui essa viene accertata è quella del processo penale – essendo affidati al giudice competente a conoscere il reato-presupposto l’accertamento della responsabilità dell’ente e la conseguente irrogazione delle sanzioni – la responsabilità amministrativa dell’ente non si sostituisce, ma si affianca alla responsabilità penale personale dei singoli individui che abbiano commesso uno dei delitti specificamente previsti dalla normativa.

Allo stesso tempo, per espressa previsione legislativa, la responsabilità dell’ente è autonoma rispetto a quella penale in quanto prescinde dalla punibilità in concreto dell’autore del reato- presupposto, non assumendo alcuna rilevanza la circostanza che l’autore del reato non sia stato identificato, non sia imputabile, oppure che il reato si sia estinto per una causa diversa dall’amnistia.

Il D. Lgs. 231/2001 si applica agli enti dotati di personalità giuridica, alle società e alle associazioni anche prive di personalità giuridica con esclusione dello Stato, degli enti pubblici territoriali, degli enti pubblici non economici nonché degli altri enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale.

Il sistema delineato dal Legislatore non prevede, tuttavia, la responsabilità tout court dell’ente, ma la esclude o la attenua qualora lo stesso abbia adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo.

1.2 IL CATALOGO DEI REATI PRESUPPOSTO

In omaggio al principio di legalità, i reati consumati o tentati in grado di far sorgere la responsabilità amministrativa degli enti sono tassativamente indicati nella Sezione III del D. Lgs. 231/2001. La crescente attenzione sociale per i fenomeni di devianza dei soggetti collettivi ha portato il Legislatore ad ampliare progressivamente l’originaria formulazione dei cd. reati-presupposto.

Attualmente, il catalogo comprende:

  • Delitti di indebita percezione di erogazioni, truffa in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico, previsti dall’art. 24 D. Lgs 231/2001

  • Malversazione a danno dello Stato

  • Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato

  • Truffa aggravata a danno dello Stato

  • Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche

  • Frode informatica

  • Delitti informatici e trattamento illecito di dati indicati dall’art. 24 bis D. Lgs 231/2001, inserito dall’art. 7 della Legge 18 marzo 2008 n. 48 di ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, stipulata a Budapest il 23 novembre 2001. Sono previste sanzioni a carico dell’ente in caso di commissione dei reati di:

  • Falsità riguardanti un documento informatico

  • Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

  • Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici e telematici

  • Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico

  • Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche

  • Installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche

  • Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici

  • Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità

  • Danneggiamento di sistemi informatici o telematici

  • Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità

  • Frode informatica del soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica

  • Delitti di criminalità organizzata indicati dall’art. 24 ter D. Lgs 231/2001, così come introdotti dall’art. 2 comma 29 della Legge 15 luglio 2009 n. 94 in materia di sicurezza pubblica

  • Associazione per delinquere

  • Associazioni di tipo mafioso anche straniere

  • Delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis c.p. o al fine di agevolare l’attività di tali associazioni

  • Scambio elettorale politico mafioso

  • Sequestro di persona a scopo di estorsione

  • Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope

  • Delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo

  • Delitti di concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità e corruzione. La Legge 6 novembre 2012 n. 190 (cd. “Legge Severino”), recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica Amministrazione, ha modificato le fattispecie di reato presupposto previste dal codice penale, ne ha inasprito le pene ed ha introdotto l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 319 quater c.p. Ad oggi, ai sensi dell’art. 25 D. Lgs 231/2001, modificato da ultimo dalla L. n. 3/2019, l’ente è responsabile della commissione dei seguenti reati:

  • Concussione

  • Corruzione per l’esercizio della funzione

  • Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio

  • Corruzione in atti giudiziari

  • Induzione indebita a dare o promettere utilità

  • Istigazione alla corruzione

  • Peculato, concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione e istigazione alla corruzione di membri della Corte penale internazionale o degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati Esteri

  • Traffico di influenze illecite

  • Delitti di falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento previsti dall’art. 25 bis D. Lgs 231/2001.

Tale articolo – inserito dall’art. 6 del D. L. 25 settembre 2001 n. 350 e convertito con modificazioni nella Legge 23 novembre 2001 n. 409 recante disposizioni urgenti in vista dell’introduzione dell’euro – è stato da ultimo modificato dalla Legge 23 luglio 2009 n. 99 nella prospettiva di rafforzare e rendere più efficace la protezione dei diritti di proprietà industriale. L’art. 25 bis D. Lgs 231/2001 comprende i delitti di:

  • Falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato, previo concerto, di monete falsificate

  • Alterazione di monete

  • Spendita e introduzione nello Stato, senza concerto, di monete falsificate

  • Spendita di monete falsificate ricevute in buona fede

  • Falsificazione di valori di bollo, introduzione nello Stato, acquisto, detenzione o messa in circolazione di valori di bollo falsificati

  • Contraffazione di carta filigranata in uso per la fabbricazione di carte di pubblico credito o di valori di bollo

  • Fabbricazione o detenzione di filigrane o di strumenti destinati alla falsificazione di monete, di valori di bollo, o di carta filigranata

  • Uso di valori di bollo contraffatti o alterati

  • Contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni

  • Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi

La sopracitata Legge 23 luglio 2009 n. 99, contenente disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, ha ulteriormente ampliato il catalogo dei cd. reati-presupposto inserendo al D. Lgs. 231/2001 gli articoli 25 bis1 e 25 novies, ed estendendo la responsabilità dell’ente per i seguenti illeciti:

  • Delitti contro l’industria e il commercio (ex art. 25 bis1 D. Lgs 231/2001):

  • Turbata libertà dell’industria o del commercio

  • Illecita concorrenza con minaccia o violenza

  • Frodi contro le industrie nazionali

  • Frode nell’esercizio del commercio

  • Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine

  • Vendita di prodotti industriali con segni mendaci

  • Fabbricazione e commercio di beni realizzati usurpando titoli di proprietà industriale

  • Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari

  • Delitti in materia di violazione del diritto d’autore (art. 25 novies D. Lgs. 231/2001):

  • Divulgazione di opere dell’ingegno attraverso la rete telematica

  • Reati in materia di software e banche dati

  • Reati in materia di opere dell’ingegno destinate ai circuiti radiotelevisivi e cinematografico oppure letterarie, scientifiche e didattiche

  • Violazioni nei confronti della SIAE

  • Manomissione di apparati per la decodificazione di segnali audiovisivi ad accesso condizionato.

  • L’art. 25 ter D. Lgs. 231/2001 sancisce la punibilità dell’ente per i cd. reati societari.

La presente disposizione è stata oggetto di numerosi interventi legislativi avvenuti con la Legge 28 dicembre 2005 n. 262 – che ha aumentato le sanzioni ivi originariamente previste ed introdotto il reato di omessa comunicazione del conflitto d’interessi di cui all’art. 2629 bis del codice civile – e con la Legge 27 maggio 2015 n. 69. Tale provvedimento ha previsto al contempo una serie di modifiche al codice civile consistenti nella punibilità del reato di false comunicazioni sociali (anche nelle ipotesi di lieve entità) e nell’aumento delle pene per il reato di falso in bilancio, in caso di società quotate e non. Da ultimo, l’art. 6 del D. Lgs. 15 marzo 2017 n. 38, in attuazione della decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio dell’Unione Europea del 22 luglio 2003 relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato, ha riformulato il delitto di corruzione tra privati di cui all’art. 2635 del codice civile ed ha introdotto la nuova fattispecie di istigazione alla corruzione tra privati (art. 2635-bis c.c.), modificando le sanzioni di cui al D. Lgs. 231/2001 in tema di responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato. Attualmente l’ente potrà essere chiamato a rispondere dei reati di:

  • False comunicazioni sociali (anche di lieve entità)

  • False comunicazioni sociali delle società quotate

  • Impedito controllo

  • Indebita restituzione dei conferimenti

  • Illegale ripartizione degli utili e delle riserve

  • Illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società controllante

  • Operazioni in pregiudizio dei creditori

  • Omessa comunicazione del conflitto di interessi

  • Formazione fittizia del capitale

  • Indebita ripartizione dei beni sociali da parte dei liquidatori

  • Corruzione tra privati

  • Istigazione alla corruzione tra privati

  • Illecita influenza sull’assemblea

  • Aggiotaggio

  • Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza

  • Delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico indicati dall’art. 25 quater D. Lgs. 231/2001, così come inserito dall’art. 3 della Legge 14 gennaio 2003 n. 7 di ratifica ed esecuzione della Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo, stipulata a New York il 9 dicembre 1999

  • Associazioni sovversive

  • Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico

  • Assistenza agli associati

  • Arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale

  • Organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo

  • Addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale

  • Finanziamento di condotte con finalità di terrorismo

  • Sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro

  • Attentato per finalità terroristiche o di eversione

  • Atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi

  • Atti di terrorismo nucleare

  • Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione

  • Istigazione a commettere delitti di terrorismo

  • Cospirazione politica mediante accordo

  • Cospirazione politica mediante associazione

  • Banda armata: formazione e partecipazione

  • Assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata

  • Attentato a impianti di pubblica utilità

  • Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (art. 25 quater1 D. Lgs 231/2001, inserito dall’art. 8 della Legge 9 gennaio 2006 n. 7)

  • Delitti contro la personalità individuale, introdotti con la Legge 11 agosto 2003 n. 228, recante misure contro la tratta di persone. La norma è stata in seguito modificata dalla L. 6 febbraio 2006 n. 38 che ha introdotto specifiche disposizioni mirate alla lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini ed alla pedopornografia (anche virtuale); dal D. Lgs. 4 marzo 2014 n. 39 sostitutivo della decisione quadro 2004/68/GAI ed attuativo della direttiva 2011/93/UE relativa alla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile nonché, da ultimo, dalla Legge 29 ottobre 2016 n. 199 contenente disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo. L’art. 25 quinquies del D. Lgs. 231/2001 prevede dunque la responsabilità amministrativa dell’ente per i reati di:

  • Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù

  • Prostituzione minorile

  • Pornografia minorile

  • Detenzione di materiale pornografico

  • Iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile

  • Tratta di persone

  • Acquisto e alienazione di schiavi

  • Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro

  • Adescamento di minorenni

  • In recepimento della direttiva 2003/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 28 gennaio 2003, relativa agli abusi di mercato, nonché delle direttive della Commissione di attuazione 2003/124/CE, 2003/125/CE e 2004/72/CE, è stato introdotto l’art. 25 sexies D. Lgs. 231/2001 che estende la punibilità dell’ente per le condotte di:

  • Abuso di informazioni privilegiate

  • Manipolazione del mercato

  • Reati di omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro (art. 25 septies D. Lgs. 231/2001), così come modificati dall’art. 300 del D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81, attuativo dell’art. 1 della Legge 3 agosto 2007 n. 123

  • Delitti di riciclaggio indicati dall’art. 25 octies D. Lgs 231/2001, modificato da ultimo dal D. Lgs 25 maggio 2017 n. 90, attuativo della direttiva UE 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo

  • Ricettazione

  • Riciclaggio

  • Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita

  • Autoriciclaggio

Importanti innovazioni legislative sono avvenute in seguito all’emanazione del D. Lgs. 7 luglio 2011 n. 121, attuativo della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente e della direttiva 2009/123/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi. Tale normativa ha portato all’inserimento degli articoli 25 decies e 25 undecies del D. Lgs. 231/2001 i quali, rispettivamente, estendono la punibilità dell’ente a due distinte categorie di illeciti:

  • Delitto di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, previsto e punito dall’art. 377 bis del codice penale (art. 25 decies D. Lgs. 231/2001)

  • Reati ambientali previsti dall’art. 25 undecies D. Lgs. 231/2001, così come recentemente modificati ai sensi dell’articolo 7 del Decreto Legislativo 1 marzo 2018 n. 21:

  • Inquinamento ambientale

  • Disastro ambientale

  • Delitti colposi contro l’ambiente

  • Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività

  • Delitti associativi

  • Uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette

  • Distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto

  • Scarico di acque reflue industriali

  • Attività di gestione di rifiuti non autorizzata

  • Bonifica dei siti

  • Violazione degli obblighi di comunicazione, di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari

  • Traffico illecito di rifiuti

  • Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti

  • Sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti

  • Violazione dei limiti delle emissioni

  • Importazione, esportazione o riesportazione sotto qualsiasi regime doganale, vendita, esposizione per la vendita, detenzione per la vendita, offerta in vendita, trasporto anche per conto terzi di esemplari di specie indicate nell’allegato A, appendice I, e nell’allegato C parte 1, del Regolamento CEE n. 3626/82

  • Importazione, esportazione o riesportazione sotto qualsiasi regime doganale, vendita, esposizione per la vendita, detenzione per la vendita, offerta in vendita, trasporto, anche per conto terzi, di esemplari di specie indicate nell’allegato A, appendici II e III – escluse quelle inserite nell’allegato C, parte 1 – e nell’allegato C, parte 2, del Regolamento CEE n. 3626/82

  • Falsificazione o alterazione di certificati, licenze, notifiche di importazione, dichiarazioni, comunicazioni di informazioni al fine di acquisizione di una licenza o di un certificato, di uso di certificati o licenze falsi o alterati relative all’articolo 16, paragrafo 1, lettere a), c), d), e), ed l), del Regolamento CE n. 338/97

  • Detenzione di esemplari vivi di mammiferi e rettili di specie selvatica ed esemplari vivi di mammiferi e rettili provenienti da riproduzioni in cattività che costituiscano pericolo per la salute e per l’incolumità pubblica

  • Violazione delle disposizioni relative alla cessazione e riduzione dell’impiego delle sostanze lesive dell’ozono atmosferico

  • Inquinamento doloso e/o colposo provocato dalle navi

  • L’impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, invece, determina la responsabilità dell’ente ai sensi dell’art. dueodecies D. Lgs. 231/2001, inserito dal D. Lgs. 16 luglio 2012 n 109 – che ha introdotto norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro – e successivamente modificato dalla Legge 17 ottobre 2017 n. 161. Si tratta, nello specifico, dei reati di:

  • Immigrazioni clandestine

  • Favoreggiamento dell’irregolare permanenza dello straniero nel territorio dello Stato

  • Occupazione, a tempo determinato e indeterminato, di lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno o il cui permesso sia scaduto

  • Reati di razzismo e xenofobia, previsti dall’art. 25 terdecies D. Lgs. 231/2001. Tale ultima categoria di reati, introdotta con Legge 20 novembre 2017 n. 167 e recante disposizioni per la completa attuazione della decisione quadro 2008/913/GAI sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale (Caso EU Pilot 8184/15/JUST), prevede la punibilità dell’ente per le condotte di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa previste dall’art. 604 bis del codice penale, cosi come inserito dall’art. 7 del Decreto Legislativo 1 marzo 2018 n. 21.

Secondo l’art. 4 del D. Lgs. 231/2001, qualora taluno dei reati sopraindicati sia stato commesso all’estero dagli amministratori, preposti e dipendenti dell’ente, quest’ultimo può esserne chiamato a rispondere se:

  • il reato è stato commesso all’estero da un soggetto funzionalmente legato all’ente, ai sensi dell’art. 5 comma 1 del D. Lgs. 231/2001;

  • l’ente ha la propria sede principale nel territorio dello Stato italiano;

  • ricorrono i casi e le condizioni previste dagli artt. 7, 8, 9, 10 del codice penale. Il rinvio agli artt. da 7 a 10 c.p. è da coordinare con le previsioni degli articoli da 24 a 25-duodecies del D. Lgs. 231/2001 sicché – anche in ossequio al principio di legalità di cui all’art. 2 del medesimo D. Lgs. – la società potrà rispondere soltanto dei reati per i quali la sua responsabilità sia prevista da una disposizione legislativa ad hoc;

  • lo Stato del luogo in cui è stato commesso il reato non abbia già proceduto nei confronti dell’ente stesso.

1.3 LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DA REATO

DEGLI ENTI

Ai sensi dell’art. 5 del D. Lgs. 231/2001, la commissione di uno o più reati tra quelli sopraelencati comporta la responsabilità dell’ente qualora ricorrano specifici requisiti di natura oggettiva e soggettiva.

Quanto ai requisiti di natura oggettiva, il D. Lgs. 231/2001 circoscrive la responsabilità amministrativa dell’ente ai soli reati commessi nell’interesse o a vantaggio dello stesso.

La Relazione governativa che accompagna il Decreto e la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione inducono a ritenere che i due criteri di imputazione, alternativi e concorrenti tra loro, abbiano un differente significato.

L’ “interesse” ha una valenza “soggettiva” e si riferisce alla volontà della persona fisica che ha materialmente commesso il reato: questi deve aver agito con l’intento di favorire l’ente, anche solo parzialmente o indirettamente. L’indagine sulla sussistenza di tale requisito richiede una verifica ex ante, avendo riguardo all’intenzione posseduta dall’agente al momento della commissione del fatto, secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo.

La responsabilità della persona giuridica sussiste anche quando, perseguendo il proprio autonomo interesse, l’agente obiettivamente realizzi (rectius: la sua condotta illecita appaia ex ante in grado di realizzare, giacché rimane irrilevante che lo stesso effettivamente venga conseguito) anche quello del soggetto collettivo (cfr. Cassazione Penale Sez. II, 5.10.2017 n. 295).

In definitiva, affinché possa ascriversi all’ente la responsabilità per il reato, è sufficiente che la condotta dell’autore tenda oggettivamente e concretamente a realizzare, nella prospettiva del soggetto collettivo, anche l’interesse del medesimo.

Si attribuisce invece al “vantaggio” una connotazione di tipo “oggettivo”, relativa ai risultati effettivi della condotta tenuta dal soggetto agente e che possono essere conseguiti dall’ente anche quando la persona fisica non abbia agito nel suo interesse. Il vantaggio richiede sempre una valutazione ex post, operata sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell’illecito (Cassazione Sezioni Unite 24 aprile 2014, Espenhahn) a nulla rilevando l’assenza di un fine pro societate.

Secondo diversi arresti della Suprema Corte di Cassazione in materia di reati di omicidio colposo o di lesioni gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro (art. 25 septies D. Lgs. 231/2001), ricorre il requisito dell’interesse dell’ente quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un’utilità alla persona giuridica. Ciò accade, ad esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito, non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa: pur non volendo il verificarsi dell’infortunio in danno del lavoratore, l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell’ente (ad esempio, far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione). Ricorre, invece, il requisito del vantaggio per l’ente quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, anche in questo caso ovviamente non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche e, dunque, ha realizzato una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, consentendo una riduzione dei costi e un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto (Cass. Pen. Sez. IV, 19.05.2016 n. 31210).

Analogamente, anche il risparmio dei costi relativi alle consulenze, agli interventi strumentali necessari nonché alle attività di formazione e informazione del personale in materia antinfortunistica è idoneo ad integrare il requisito dell’interesse o del vantaggio per l’ente (Cass. Pen. Sez. IV, 19.02.2015 n. 18073).

Sempre secondo consolidato orientamento dottrinale e giurisprudenziale, non è poi necessario che l’interesse o il vantaggio abbiano un contenuto strettamente economico, ben potendo essi consistere anche nell’acquisizione di particolari posizioni di mercato e/o di vantaggi strategici.

Con il comma 2 dell’art. 5 del D. Lgs. n. 231/2001 il Legislatore ha delimitato la responsabilità del soggetto collettivo escludendo i casi in cui il reato, pur rivelatosi vantaggioso per l’ente, è stato commesso dal soggetto agente perseguendo esclusivamente il proprio interesse o quello di soggetti terzi.

La norma va letta in combinazione con quella dell’art. 12 comma 1 lett. a) del medesimo Decreto, ove si stabilisce un’attenuazione della sanzione pecuniaria per il caso in cui “l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricevuto vantaggio minimo”.

Di conseguenza, ove l’interesse dell’agente risulti prevalente rispetto a quello dell’ente sarà possibile una mitigazione della sanzione a condizione che l’ente non abbia tratto vantaggio o abbia tratto vantaggio minimo dalla commissione dell’illecito.

Nel caso in cui, infine, si accerti che il soggetto abbia perseguito esclusivamente un interesse personale o di terzi, l’ente non sarà affatto responsabile, a prescindere dal vantaggio eventualmente acquisito.

Per ciò che concerne i requisiti di natura soggettiva, il Decreto individua una particolare relazione tra l’ente e l’autore del reato in modo da poter imputare al primo le conseguenze dell’illecito realizzato dal secondo, superando la posizione di naturale estraneità del soggetto collettivo alla commissione del reato stesso.

L’art. 5 del D. Lgs 231/2001 prevede la responsabilità del soggetto collettivo per i reati commessi da due distinte categorie di soggetti funzionalmente legati all’ente:

  1. Soggetti apicali: sono coloro che si pongono al vertice della struttura aziendale e che s’identificano con essa, esprimendo la volontà dell’impresa. Si tratta, secondo la previsione legislativa, di persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché di persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso

  1. Soggetti subordinati o sottoposti: le persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza dei soggetti apicali.

L’individuazione di tali figure non si fonda su un criterio rigido e formale ma richiede un approccio elastico e di tipo funzionale, incentrato sull’attività concretamente svolta dal soggetto autore del reato presupposto.

A titolo esemplificativo, sono soggetti apicali i rappresentanti legali, i direttori generali, gli amministratori, i componenti del consiglio di gestione, i membri del comitato esecutivo, i dirigenti, i direttori, i preposti alle sedi secondarie, i soci, nonché tutti i soggetti delegati dai soci e/o dai rappresentanti legali ad esercitare attività di gestione o direzione dell’ente o delle sedi distaccate. Sono esclusi i membri del collegio sindacale in quanto non esercitano funzioni gestorie ma hanno solo poteri di controllo.

Appartengono alla categoria dei soggetti cd. sottoposti i dipendenti dell’ente nonché tutti coloro che, per mandato o per contratto, agiscono in nome, per conto o nell’interesse dello stesso, quali a titolo di esempio il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, il Medico Competente, i collaboratori o i parasubordinati. Con riguardo ai consulenti esterni che operano continuativamente per la società (ad esempio, gli agenti e i fornitori), occorre valutare l’effettivo svolgimento di mansioni aziendali sotto la direzione o il controllo di soggetti apicali, secondo quanto previsto dalla normativa giuslavortistica.

La differenza tra le due categorie soggettive non è semplicemente descrittiva, giacché ad essa la legge ricollega diverse conseguenze sul piano probatorio.

Ed infatti, per ciò che concerne i reati commessi dai soggetti che rivestono una posizione apicale, sussiste una presunzione di responsabilità a carico dell’ente che può essere superata soltanto fornendo la prova della correttezza del proprio operato dimostrando in particolare che:

  • l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

  • il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;

  • le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;

  • non vi è stata omessa o insufficienza vigilanza da parte dell’organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo.

In termini pratici, l’ente che non vorrà incorrere nelle sanzioni disciplinari dovrà dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare la commissione del reato – avendo adottato efficaci e idonei modelli di organizzazione e di gestione – e che il soggetto in posizione apicale abbia posto in essere una condotta ingannevole e subdola, di aggiramento e non di semplice “frontale” violazione delle prescrizioni adottate (Cass. Pen. Sez. V 18.12.2013 n. 4677).

Per i reati commessi dai sottoposti o subordinati invece, ai sensi dell’art. 7 del D. Lgs. 231/2001, l’ente è responsabile se la commissione del reato è stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza e, dunque, se vi sia stato un deficit di controllo da parte dei soggetti a ciò preposti.

Anche in questo caso, l’adozione e l’efficace attuazione di un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi esclude la responsabilità dell’ente, senza che la legge preveda alcuna presunzione di colpevolezza a suo carico.

1.4 I MODELLI DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO

All’ente viene dunque richiesta l’adozione di particolari modelli comportamentali (cd. Mogc) specificamente calibrati sul rischio-reato, volti ad impedire la commissione degli illeciti (nonché a rilevare ed eliminare tempestivamente le situazioni di rischio potenziale) attraverso la fissazione di precise regole di condotta e di misure idonee a garantire lo svolgimento della propria attività nel rispetto della legge.

Secondo quanto disposto dall’art. 6 comma 2 del D. Lgs 231/2001, affinché tali Modelli siano realmente idonei a prevenire i reati indicati dal Decreto, devono:

  1. individuare le aree a rischio di reato e le attività nel cui ambito possono essere commessi i reati;

  2. prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente, in relazione ai reati da prevenire. Si richiede, in altri termini, la definizione dei processi decisionali ed operativi e la responsabilizzazione dei diversi soggetti aziendali incaricati dello svolgimento di ogni funzione.

  3. individuare le modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati;

  4. prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza del Modello;

  5. introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel Modello stesso.

Inoltre, ai sensi dell’art. 6 comma 2 bis del D. Lgs 231/2001 – introdotto dalla Legge 30 novembre 2017 n. 179 – i Modelli devono altresì prevedere:

  1. uno o più canali che consentano ai soggetti apicali e sottoposti di presentare, a tutela dell’integrità dell’ente, segnalazioni circostanziate di condotte illecite, rilevanti ai sensi del Decreto stesso e fondate su elementi di fatto precisi e concordanti, o di violazioni del Modello di cui siano venuti a conoscenza in ragione delle funzioni svolte; tali canali garantiscono la riservatezza dell’identità del segnalante nelle attività di gestione della segnalazione;

  2. almeno un canale alternativo di segnalazione idoneo a garantire, con modalità informatiche, la riservatezza dell’identità del segnalante;

  3. il divieto di atti di ritorsione o discriminatori, diretti o indiretti, nei confronti del segnalante per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla segnalazione;

  4. nel sistema disciplinare adottato ai sensi della precedente lett. e), sanzioni nei confronti di chi viola le misure di tutela del segnalante, nonché di chi effettua con dolo o colpa grave segnalazioni che si rivelano infondate.

L’efficace attuazione del Modello richiede, infine, la verifica periodica e l’eventuale modifica dello stesso quando sono scoperte significative violazioni delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell’organizzazione aziendale o nell’attività svolta dalla Società.

L’adozione di un Modello di organizzazione, gestione e controllo rappresenta dunque un indiscutibile vantaggio per l’ente stesso in quanto:

  • se viene adottato ed efficacemente attuato prima della commissione di uno dei reati presupposto, esso costituisce un’esimente idonea a far venir meno la responsabilità amministrativa dell’ente stesso. In tal caso, l’accertamento dell’elusione fraudolenta delle sue prescrizioni dovrà essere effettuato mediante una valutazione “ex ante”, con riferimento al tempo della sua adozione ed attuazione (art. 6);

  • se l’adozione e l’effettiva attuazione avvengono in epoca successiva alla commissione del reato (ma prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado) esse valgono quale circostanza attenuante e comportano una riduzione della sanzione pecuniaria (art. 12).

In sintesi, l’effetto esimente è subordinato all’adozione di un Mogc che sia:

  • non esclusivamente formale ma contenente riferimenti a situazioni reali e concrete

  • adeguato alla specifica organizzazione e attività dell’ente per cui il modello è costruito

  • sottoposto a verifica periodica

  • modificato qualora siano scoperte significative violazioni delle prescrizioni, qualora intervengano mutamenti nell’organizzazione, nell’attività dell’ente o modifiche legislative

  • dotato di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel Modello stesso.

Al fine di soddisfare tali esigenze l’ente dovrà altresì dotarsi di un Codice Etico contenente regole integrative dei doveri e degli obblighi contrattuali che gravano su soggetti apicali e dipendenti nonché su qualsiasi soggetto terzo che abbia rapporti con l’ente stesso.

1.5 I CODICI DI COMPORTAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI DI

CATEGORIA

Il terzo comma dell’art. 6 del D. Lgs 231/2001 stabilisce che i Modelli di organizzazione, gestione e controllo possono essere adottati, garantendo le sopraindicate esigenze, sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti e comunicati al Ministero della Giustizia che, entro trenta giorni, di concerto con i Ministri competenti, può formulare osservazioni sull’idoneità dei Modelli a prevenire i reati.

Nella previsione legislativa, dunque, l’allineamento ai principi contenuti nei codici comportamentali elaborati dalle associazioni di categoria è prospettata in termini di facoltatività, non riconducendo espressamente alle predette linee guida un valore regolamentare vincolante o presuntivo. Tuttavia, una corretta e tempestiva applicazione di tali principi generali nella fase di redazione del Mogc diviene inevitabilmente un punto di riferimento nella prassi delle decisioni giudiziali in materia di responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato.

Confindustria ha emanato il proprio codice di comportamento (“Linee Guida per la Costruzione dei Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo ex D. Lgs 231/2001” del 7.03.2002 e “Appendice Integrativa” del 03.10.2002, aggiornate in data 24.05.2004, 31.03.2008 e 21.07.2014) dichiarato idoneo dal Ministero della Giustizia a prevenire i reati indicati nel citato Decreto.

Le modalità operative delineate dalle Linee Guida di Confindustria constano di tre fasi:

  1. Inventariazione degli ambiti aziendali delle attività. La prima fase comporta una revisione globale della realtà aziendale (cd. mappatura delle aree aziendali a rischio e dei reati rilevanti), con l’obiettivo di individuare le aree che, in ragione della natura e delle caratteristiche delle attività effettivamente svolte, risultano interessate dal potenziale compimento di taluno dei reati contemplati dal Decreto. In particolare, occorrerà individuare le fattispecie di reato rilevanti per l’ente e, parallelamente, le aree che risultino interessate da eventuali casistiche di reato.

  2. Analisi dei rischi potenziali. Secondariamente, occorre procedere all’esame delle possibili modalità attuative dei reati nelle diverse aree aziendali individuate secondo il processo di cui al punto precedente.

  3. Valutazione, costruzione e adeguamento del sistema dei controlli preventivi. Le attività precedenti si completano con una valutazione del sistema dei controlli preventivi eventualmente esistente nonché con il suo adeguamento quando ciò si riveli necessario, ovvero con la sua costruzione quando l’ente ne sia sprovvisto. La descrizione del sistema dei controlli preventivi dovrà essere tale da garantire che i rischi di commissione dei reati, secondo le modalità individuate e documentate nella fase precedente, siano condotti ad un livello “accettabile”. Secondo costante giurisprudenza, nelle fattispecie dolose tale livello è rappresentato da un sistema di prevenzione che non possa essere aggirato se non fraudolentemente presupponendo, dunque, un aggiramento delle “misure di sicurezza” delineate dal Modello. Diversamente, nei casi di reati punibili a titolo di colpa (quali l’ omicidio colposo e le lesioni personali colpose commesse con violazioni delle norme in materia di sicurezza e salute sul lavoro, o i reati colposi ambientali) la soglia di rischio accettabile è rappresentata dalla realizzazione di una condotta in violazione del Mogc nonostante la puntuale osservanza, da parte dell’Organismo di Vigilanza, degli obblighi di controllo previsti dal Decreto.

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Le componenti più rilevanti del sistema di controllo ideato da Confindustria sono:

  • Codice Etico o di comportamento

  • Sistema organizzativo sufficientemente aggiornato, formalizzato e chiaro

  • Procedure manuali ed informatiche (sistemi informativi)

  • Poteri autorizzativi e di firma

  • Sistemi di controllo integrato

  • Comunicazione al personale e sua formazione

Le componenti sopra descritte devono integrarsi organicamente in un’architettura del sistema che rispetti una serie di principi di controllo, fra cui:

  • ogni operazione, transazione, azione deve essere verificabile, documentata, coerente e congrua”

  • nessuno può gestire in autonomia un intero processo”

  • i controlli devono essere documentati”

Il mancato rispetto di punti specifici delle Linee Guida non inficia la validità del Modello: quest’ultimo, infatti, dovendo essere redatto in riferimento alla realtà concreta della società, può discostarsi dalle Linee Guida che, per loro natura, hanno carattere generale.

1.6 SANZIONI E VICENDE MODIFICATIVE DELL’ENTE

Secondo quanto disposto dalla Sezione II del D. Lgs. 231/2001, le sanzioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono:

  • la sanzione pecuniaria

  • le sanzioni interdittive

  • la confisca

  • la pubblicazione della sentenza.

La sanzione pecuniaria e la confisca vengono sempre applicate in caso di accertamento della responsabilità, mentre le sanzioni interdittive e la pubblicazione della sentenza sono previste solo per alcune tipologie di reato. In dettaglio:

a) La sanzione pecuniaria è commisurata dal giudice con un sistema basato su “quote” a struttura bifasica: il numero delle quote da applicare viene determinato in considerazione della gravità del reato, dal grado di responsabilità dell’ente, dall’attività svolta per eliminare e/o attenuare le conseguenze del reato o per prevenire la commissione di altri illeciti; l’entità della singola quota viene stabilita dal giudice tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente, assicurando così l’efficacia della sanzione.

É ridotta della metà se il colpevole ha commesso il fatto nell’interesse prevalente suo o di terzi e l’ente non ne ha ricavato alcun vantaggio minimo o, ancora quando il danno patrimoniale derivante dalla commissione del reato è di particolare tenuità.

Il giudice può operare una riduzione da un terzo alla metà se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, l’ente ha adottato ed efficacemente attuato un Modello idoneo a prevenire la commissione di ulteriori reati oppure se ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, o se si è comunque efficacemente adoperato in tal senso.

b) Le sanzioni interdittive previste dal Decreto sono:

  • l’interdizione all’esercizio dell’attività

  • la sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze, concessioni che siano funzionali alla commissione dell’illecito

  • il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione

  • l’esclusione dalle agevolazioni, finanziamenti, contributi e sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi

  • il divieto di pubblicizzare beni e servizi.

Esse vengono irrogate in caso di reiterazione dell’illecito o qualora l’ente abbia tratto un profitto rilevante. Il giudice ne determina il tipo e la durata tenendo conto dell’idoneità delle singole sanzioni a prevenire illeciti del tipo di quello commesso. Di regola, tali sanzioni hanno durata temporanea ma possono essere applicate anche in casi particolarmente gravi in via definitiva o, in via cautelare, qualora sussistano gravi indizi della responsabilità dell’ente e vi siano fondati e specifici elementi tali da far ritenere il concreto pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede.

c) La confisca è sempre disposta con la sentenza di condanna. L’oggetto è costituito dal prezzo o dal profitto del reato, esclusa la parte che può essere restituita al danneggiato e salvi i diritti acquisiti da terzi in buona fede. In via residuale è previsto un meccanismo di confisca per equivalente.

d) La pubblicazione della sentenza di condanna viene disposta facoltativamente qualora sia applicata una sanzione interdittiva, sul sito internet del Ministero della giustizia nonché mediante affissione nel Comune ove l’ente ha la sede principale.

Il Decreto prevede inoltre la possibilità di applicare all’ente misure cautelari qualora, in caso di contestazione di un illecito amministrativo, sussistano gravi indizi per ritenere la responsabilità dell’ente stesso e vi siano fondati e specifici elementi che facciano ritenere in concreto il pericolo che vengano commessi altri illeciti dello stesso tipo di quello per cui si procede. Ai sensi degli articoli 45, 53 e 54 del D. Lgs 231/2001 possono essere applicate all’ente, quali misure cautelari:

  • le sanzioni interdittive sopra elencate;

  • il sequestro preventivo del prezzo o del profitto del reato (cd. sequestro diretto).

In via subordinata, soltanto quando all’esito di una valutazione dello stato degli atti sullo stato patrimoniale della persona giuridica risulti impossibile il sequestro diretto del profitto del reato, potrà essere eseguito il sequestro delle somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato (da ultimo, Cass. Pen. Sez. III, 17.5.2018 n. 38723). Sebbene la lettera dell’art. 53 del D. Lgs 231/2001 preveda testualmente che nei confronti degli enti possa essere applicato il solo sequestro preventivo del prezzo o del profitto del reato, anche per equivalente, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ritiene ammissibile anche il cd. “sequestro impeditivo” di cui all’art. 321 comma 1 del codice di procedura penale, applicabile quando vi sia il pericolo che la libera disponibilità della cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati. Tale orientamento trova il suo fondamento nell’amplissimo disposto dell’art. 34 del D. Lgs 231/2001, a norma del quale “per il procedimento relativo agli illeciti amministrativi dipendenti da reato si osservano […] in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura penale e del decreto legislativo 28 luglio 1989 n. 271” e si giustifica con il fatto che, diversamente, si teorizzerebbe per l’ente un regime privilegiato rispetto a quello generale previsto dal codice di rito, privando la collettività di un formidabile e agile strumento di tutela finalizzato a eliminare dalla circolazione beni criminogeni (cfr. Cass. Pen. Sez. II, 10.7.2018. n. 34293). In tal caso, il “pericolo” richiesto dal Legislatore deve presentare i requisiti della concretezza ed attualità e richiede che sia dimostrata con ragionevole certezza l’utilizzazione del bene per la commissione di ulteriori reati o per l’aggravamento o la prosecuzione di quello per cui si procede (Cass. Pen. Sez. VI, 23.11.2017 n. 18183).

  • il sequestro conservativo dei beni mobili e immobili dell’ente o delle somme o cose allo stesso dovute, se vi è fondata ragione di ritenere che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamento della sanzione pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all’Erario.

Il Decreto disciplina il regime della responsabilità dell’ente nel caso delle seguenti vicende modificative:

  • Trasformazione: resta ferma la responsabilità per i reati commessi anteriormente alla data in cui la trasformazione ha avuto effetto;

  • Fusione: l’ente risultante dalla fusione, anche per incorporazione, risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione;

  • Scissione: in caso di scissione parziale, resta ferma la responsabilità dell’ente scisso per i reati commessi anteriormente alla scissione. Tuttavia, gli enti beneficiari della scissione, parziale o totale, sono solidalmente obbligati al pagamento delle sanzioni pecuniarie dovute dall’ente scisso per reati anteriori alla scissione. L’obbligo è limitato al valore del patrimonio trasferito;

  • Cessione di azienda: salvo il beneficio della preventiva escussione dell’ente cedente, il cessionario è solidalmente obbligato con l’ente cedente al pagamento della sanzione pecuniaria, nei limiti del valore dell’azienda ceduta e nei limiti delle sanzioni pecuniarie che risultano dai libri contabili obbligatori, o di cui il cessionario era comunque a conoscenza.

Se la fusione o la scissione sono intervenute prima della conclusione del giudizio di accertamento della responsabilità dell’ente il giudice, nella commisurazione della sanzione pecuniaria, tiene conto delle condizioni economiche dell’ente originario. In ogni caso, le sanzioni interdittive si applicano agli enti a cui è rimasto o è stato trasferito, anche in parte, il ramo di attività nell’ambito del quale il reato è stato commesso.

Il fallimento della società, infine, non determina l’estinzione dell’illecito previsto dal D. Lgs 231/2001 né delle sanzioni irrogate a seguito del suo accertamento (Cass. Pen. Sez. VI, 25.07.2017 n. 49056).

2. LA SOCIETÀ

2.1 LA SOCIETÀ ACQUAENNA S.c.p.A.

La Società ACQUAENNA S.c.p.A. è una società per azioni consortile, con sede legale a Enna (EN) via S. Agata 65/71, che esercita l’attività di captazione, depurazione e distribuzione di acqua potabile e non potabile.

ACQUAENNA S.c.p.A. si è aggiudicata la gara per la gestione del Servizio Idrico Integrato nell’Ambito Territoriale Ottimale (A.T.O.) di Enna per la durata di 30 anni.

La Società è stata costituita nel 2004 al fine di operare nell’interesse, per conto o tramite le imprese socie consorziate, per l’affidamento in concessione – a norma dell’art. 113 comma 1 lett. b) D. Lgs 267/2000, sostituito dall’art. 35 L. 448/2001 e del Decreto Min. Ambiente del 22.11.2001 nonché del D. Lgs 17.3.1995 n. 158 – della gestione del servizio idrico integrato (S.I.I.) nell’ambito territoriale ottimale n. 5 di Enna, gestione che è stata aggiudicata alle società socie, già costituite in associazione temporanea di imprese (come risulta dalla visura camerale) al fine di eseguire le opere, i servizi, i lavori, le forniture e le prestazioni oggetto della predetta concessione.

In dipendenza di ciò la Società ha per oggetto sociale:

  1. l’esercizio delle attività tutte, nessuna esclusa, inerenti il ciclo integrato dell’acqua, nelle fasi di captazione, produzione, acquedotto, fognatura, depurazione relative all’A.T.O. n. 5 di Enna;

  2. la progettazione, costruzione e gestione di impianti e reti relative al punto a);

  3. l’attività di rapporto con l’utenza e quindi anche di bollettazione ed esazione della tariffa relativa alla fornitura del servizio idrico integrato;

  4. la Società potrà realizzare e/o partecipare a programmi di ricerca e di sviluppo che abbiano per oggetto il miglioramento delle tecnologie e delle conoscenze disponibili utili al raggiungimento del proprio scopo sociale;

  5. ogni altra attività connessa con le precedenti.

La realizzazione dello scopo sociale potrà essere perseguita per mezzo dei soci, nonché tramite società controllanti, controllate o integrate.

La Società può inoltre: a) compiere tutte le operazioni commerciali, industriali e finanziarie, mobiliari ed immobiliari ritenute necessarie o utili dal consiglio di amministrazione per il conseguimento dell’oggetto sociale; b) assumere direttamente interessenze o partecipazioni in altre società, organizzazioni od imprese aventi oggetto analogo affine, connesso o complementare al proprio; c) richiedere ed ottenere dagli enti pubblici competenti incentivi, agevolazioni, sgravi, contributi e finanziamenti di qualsiasi natura, ai sensi delle leggi emanate ed emanande, finalizzati all’impianto e alla gestione dell’attività sociale; d) compiere ogni operazione creditizia e di garanzia, sia attiva sia passiva, prestando fideiussioni e garanzie reali anche a favore di terzi.

La gestione ed il controllo della Società sono affidati ad un Consiglio di Amministrazione, composto da cinque membri, con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione nei limiti di Euro 50.000,00 per singolo atto e ad un Collegio Sindacale, composto da tre membri effettivi e due supplenti.

Il Presidente del Consiglio di Amministrazione è l’ing. BRUNO Franz Pier Luigi, nato a Enna il 19.09.1959, mentre i restanti membri del C.d.A. sono: ZAPPPALA’ Michele, nato a Catania il 12.9.1971 (Direttore Generale), ZAPPALA’ Giuseppe (consigliere), nato a Catania il 16.07.1939, ZUCCHI Alberto (consigliere e amministratore delegato) nato a Parma il 24.7.1958, BERTOLINI Eugenio (consigliere) nato a Reggio Emilia il 14.7.1964 e DI MAURO Antonino (consigliere) nato a Catania il 23.3.1964.

La Società possiede anche un magazzino sito in Piazza Armerina (EN), Contrada Bellia s.n.

La normativa di riferimento per la Società ACQUAENNA S.c.p.A. è costituita principalmente dalla Legge 5 gennaio 1994 n. 36 (cd. Legge Galli) e s.m.i., recante le “Disposizioni in materia di risorse idriche” che ha profondamente innovato il settore, introducendo un modello di organizzazione imprenditoriale della gestione del servizio idrico mediante l’istituzione del Servizio Idrico Integrato (SII) e degli Ambiti territoriali Ottimali (ATO), al fine di ridurre l’eccessiva frammentazione e consentire l’unitarietà e l’ottimizzazione della gestione dell’acqua. La legge ha previsto anche l’istituzione di una Autorità d’Ambito per ciascun ATO, con il compito di organizzare il SII, individuare il soggetto gestore, vigilare sull’attività di quest’ultimo e determinare le tariffe per i servizi idrici.

L’Ambito Territoriale di Enna è costituito da 19 Comuni (Agira, Aidone, Assoro, Calascibetta, Catenanuova, Centuripe, Cerami, Enna, Gagliano C., Leonforte, Nicosia, Nissoria, Piazza Armerina, Pietraperzia, Regalbuto, Sperlinga, Troina, Valguarnera, Villarosa) con una popolazione di circa 177.200 abitanti e con circa 84.000 utenti serviti. In data 19.11.2004 ACQUAENNA S.c.p.A. ha sottoscritto con l’Autorità d’Ambito la convenzione di gestione, il cui oggetto è il Servizio Idrico Integrato, costituito dall’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue. La Società si occupa della gestione di tutte le fasi del ciclo tecnologico dell’acqua, attuando il Piano d’Ambito approvato dall’assemblea dei sindaci, pianificando e realizzando gli investimenti e sperimentando nuove soluzioni tecnologiche.

In linea con lo schema consortile della Società, che dunque si occupa prevalentemente della gestione amministrativa, il socio operativo delegato di ACQUAENNA S.c.p.A. è la consorziata soc. COGEN S.p.A., con sede legale in Catania, via Marco Polo n. 43, alla quale sono affidate le attività di programmazione, direzione, esecuzione dei lavori e manutenzione degli impianti, oltre alla delega alla gestione degli acquedotti e delle fognature.

Le opere e gli impianti affidati in gestione ad ACQUAENNA S.c.p.A. restano di proprietà degli enti locali.

Le entrate della società sono costituite integralmente dalle tariffe corrisposte dagli utenti.

La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato svolto da ACQUAENNA S.c.p.A. All’interno della tariffa vi è una quota fissa addebitata all’utenza, comprensiva delle spese fisse (indipendenti dal consumo) sia organizzative che di impianto. Sono, poi, previste tre tipologie di consumo (uso domestico, uso non domestico, uso rurale) con tariffe differenziate.

L’articolazione tariffaria vigente è stata approvata dall’Assemblea dei Sindaci del Consorzio ATO n. 5 di Enna, con Deliberazione n. 12 del 26/05/2009.

Va altresì considerato, ai fini del presente Modello, che con riferimento agli investimenti in senso ampio la Società accede a contributi statali pubblici.

Gli incassi di ACQUAENNA S.c.p.A. sono pertanto costituiti dalla tariffa pagata dagli utenti e riscossa dal Gestore ai sensi dell’art. 16 della Convenzione di Gestione. Oltre alla suddetta tariffa, la Società incassa contributi a fondo perduto nella misura del 69% degli investimenti effettuati, così come previsti dal piano degli Interventi (reti idriche, manutenzioni straordinarie etc.). I contributi che per l’ambito territoriale di Enna previsti in apposito Accordo di Programma Quadro sottoscritto tra lo Stato e la Regione Siciliana, sono erogati sulla base di un apposito Decreto di finanziamento ed in relazione ad ogni altro stato di avanzamento lavori, dalla Regione Siciliana al Consorzio ATO il quale, a sua volta, provvede a liquidarli ad ACQUAENNA S.c.p.A.

Alla data odierna (dicembre 2018) la situazione è la seguente:

Contributi previsti nell’Accordo di Programma Quadro

105.618.744,00

Contributi incassati

56.640.078,88

Contributi residui

48.978.665,12

Gestione della cassa: La gestione della cassa è di competenza dell’Ufficio Fatturazione ed Incassi al quale è affidata la fatturazione attiva cartacea ed elettronica, la registrazione giornaliera degli incassi, i rapporti con gli Enti Locali per problemi di fatturazione, la collaborazione diretta con il settore letture misuratori e con tutti i settori di front office per problematiche di fatturazione.

Spese in uscita: La gestione della fatturazione passiva cartacea ed elettronica è affidata all’Ufficio Contabile.

Il controllo generale sulla contabilità giornaliera e contabilità analitica, la predisposizione di schemi Unbundling (separazione contabile) e la collaborazione con i settori tecnici e commerciali per la reportistica amministrativa e contabile è affidata all’Ufficio Controllo Contabile ed Unbundling.

La Società svolge anche un’attività di CALL CENTER, destinata agli utenti finali, per la soluzione di problemi di natura tecnica e commerciale e per richiedere informazioni. Il servizio è effettuato dal lunedì al giovedì, dalle ore 8.05 alle ore 13.25 e dalle 14.35 alle 17.25. Il venerdì dalle ore 8.05 alle ore 12.25.

DISLOCAZIONE DEGLI UFFICI

Al piano terra della società si trovano gli uffici del FRONT OFFICE e BACK OFFICE, gli UFFICI COMMERCIALI, due stanze adibite ad ARCHIVI e tre WC.

  1. FRONT OFFICE: situato all’ingresso della società, è costituito da quattro sportelli per il ricevimento del pubblico, aperti dal lunedì al venerdì dalle 8.05 alle 13.20 e dalle 14.35 alle 17.20 e il sabato dalle 8.15 alle 12.15. Il servizio è gestito attraverso i parametri elimina code elettronici. Sono presenti due WC, uno aperto al pubblico ed uno riservato ai dipendenti. Il personale addetto è attualmente composto da sette unità (di cui una part time,) che si occupa delle seguenti attività, alternandole con turni programmati al servizio di call center: stipulazione e risoluzione dei contratti, ricezione reclami, richieste di verifica della fatturazione, rateizzazione dei pagamenti, richieste di informazioni, richieste di preventivazione ed esecuzione lavori e allacciamenti, richieste di attivazione, disattivazione, volture, subentri nella fornitura, richieste di appuntamenti, richieste di verifica del misuratore e del livello di pressione, richieste di domiciliazione bancaria.

Questo ufficio non si occupa della gestione della cassa.

  1. BACK OFFICE: si occupa della lavorazione delle pratiche.

  1. UFFICIO RECUPERO CREDITI: si occupa di predisporre ed inviare le diffide agli utenti morosi; della elaborazione /trasmissione telematica delle raccomandate per avviso di distacco e riscontro dell’andamento delle consegne in atto; distacco e riattivazione delle utenze; consegna a COGEN l’elenco e i verbali dei tagli da eseguire per il Comune; elabora dati per azioni legali (decreti ingiuntivi, recupero somme); verifica delle utenze deboli.

Al primo piano della Società si trovano gli uffici tecnici ed amministrativi, un WC, un archivio, la stanza Centro Zona Enna, il Call Center interno, una sala adibita a cucina e relax, la sala per il Telecontrollo.

Tra gli uffici tecnici si trovano:

  1. la SALA TELECONTROLLO, ovvero di un controllo tramite sistema remoto di impianti e di reti, oltre al monitoraggio dei volumi erogati distribuiti, la rilevazione di eventuali perdite (grazie all’allarme automatico), installazione di valvole automatizzate e controllate da remoto, riduzione dei costi di gestione, disposizione di un database della cronologia che consenta di prevedere la richiesta idrica e l’andamento della rete. Il monitoraggio informatico del sistema di telecontrollo è affidato ad un tecnico;

  2. le SALE DEL CONTROLLO DELLA QUALITA’ DELL’ACQUA, coordinate da professionisti all’uopo incaricati, che si occupano del campionamento delle analisi, della depurazione, della qualità dell’acqua, degli adempimenti necessari per le nuove autorizzazioni sanitarie, dei bilanci idrici e delle piccole progettazioni. Questi uffici sono gestiti da un Responsabile della qualità dell’acqua, oltre che da tecnici e professionisti.

Il Responsabile della qualità dell’acqua assicura, nell’ambito delle attività in autocontrollo da effettuarsi a cura del gestore del S.I.I., il rispetto dei parametri di legge sulla qualità dell’acqua destinata al consumo umano, garantendone la corretta applicazione delle periodicità dei prelievi, le risultanze dell’esito di tali prelievi, le azioni correttive da eseguire in caso di non conformità supportando le attività di competenza ai centri zona, mantiene adeguati rapporti con l’ASP relativamente alle verifiche in campo, alla valutazione degli esiti dei prelievi e le azioni correttive da adottare in caso di non conformità, supportando le attività di competenza ai centri zona. Assicura l’efficienza e l’efficacia dei sistemi di disinfezione dell’acqua.

2.2 IL MODELLO DI ACQUAENNA S.c.p.A.

Il presente Modello è costituito da una “Parte Generale” e da una “Parte Speciale”.

Nella Parte Generale vengono descritte le linee fondamentali della disciplina delineata dal D. Lgs. 231/2001 ed i sistemi di controllo ivi previsti, con particolare riferimento all’Organismo di Vigilanza, al sistema sanzionatorio e di diffusione del Modello stesso e delle sue parti integranti.

La Parte Speciale è invece dedicata all’analisi delle singole fattispecie di reato previste dal predetto Decreto e dal sistema di controlli e procedure interne adottati dalla Società al fine di prevenire la commissione dei reati presupposto.

Il Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo di ACQUAENNA S.c.p.A. – ispirato alle indicazioni fornite dalle Linee Guida di Confindustria in ordine alla valutazione dei distinti processi di risk assessment e risk management – è stato redatto sulla scorta delle seguenti attività fondamentali:

  1. Raccolta e analisi della documentazione

Preliminarmente sono stati acquisiti i dati e le informazioni relative al sistema organizzativo della Società.

  1. As is analysis

Attraverso specifiche interviste (c.d. audit) dei soggetti responsabili della gestione amministrativa ed organizzativa della Società nonché di alcune figure apicali, sono stati individuati i diversi ruoli dei soggetti aziendali, la ripartizione delle competenze, le attività concretamente svolte in tutti i settori aziendali e le relative modalità operative nonché, infine, la sussistenza di eventuali criticità e possibili rischi di commissione dei reati presupposto.

I risultati di tali audit sono stati documentati in apposite verbalizzazioni, a disposizione dell’Organismo di Vigilanza.

  1. Risk analysis

L’approfondita analisi delle caratteristiche organizzative di ACQUAENNA S.c.p.A., delle procedure adottate dalla Società per lo svolgimento delle c.d. attività a rischio, dei processi decisionali, dei sistemi operativi e dei controlli all’atto esistenti, ha condotto all’individuazione delle cd. aree a rischio della Società ed alla valutazione delle probabilità di commissione dei reati presupposto.

La valutazione complessiva dei rischi (fattore rischio totale: FRT) per ciascun reato presupposto contemplato dal D. Lgs. 231/2001 è stata elaborata sulla base dei seguenti indici:

  • gravità (G);

  • probabilità di esposizione al rischio (P);

  • precedenti storici (S);

  • efficacia presidio preventivo (E).

Tale attività è stata interamente ed analiticamente documentata all’interno del Documento di Analisi del Rischio, allegato al presente Modello.

  1. Gap analysis

I dati relativi alle aree di rischio individuate ed ai presidi esistenti, emersi al termine di tale valutazione, è stata successivamente posta a confronto con i requisiti imposti dal D. Lgs 231/2001 al fine di individuare le carenze del sistema e, conseguentemente, selezionare gli interventi idonei a prevenire in concreto la commissione dei reati (c.d. mappatura dei rischi).

  1. Definizione di protocolli e procedure preventivi

Al fine di ricondurre la probabilità di commissione dei reati ad un livello cd. “accettabile”, sono state elaborate le regole di condotta ed i protocolli da adottare per ciascuna attività a rischio. Sono state inoltre individuate le procedure da implementare ed applicare nello svolgimento delle suddette attività (linee guida, limitazioni di poteri, obblighi e divieti, sistemi di verifica e controllo), incrementando il sistema dei controlli e rendendo documentate e verificabili le varie fasi del processo decisionale.

Il sistema dei protocolli e delle procedure così delineato è stato infine integrato con il Codice Etico sulla base dei principi di sana, trasparente e corretta gestione dell’attività aziendale, nel rispetto del principio della separazione delle funzioni.

Il presente Modello è stato espressamente creato per la Società ACQUAENNA S.c.p.A. sulla base della attività aziendali concretamente svolte e dei processi operativi attualmente in essere.

Per tali motivi, il Modello necessita di un periodico aggiornamento avente ad oggetto l’esame delle criticità emerse e la sua rispondenza ai mutamenti intervenuti della legislazione di riferimento e/o nell’organizzazione aziendale.

Tali verifiche sono svolte dall’Organismo di Vigilanza che potrà avvalersi della collaborazione di professionisti esterni al fine di sottoporre all’approvazione del Consiglio di Amministrazione le eventuali integrazioni o modifiche ritenute necessarie e/o opportune.

2.3 IL CODICE ETICO DI ACQUAENNA S.c.p.A.

Il Codice Etico è un documento ufficiale, voluto ed approvato dagli organi di vertice di ACQUAENNA S.c.p.A., contenente l’insieme dei diritti, dei doveri e dei principi adottati dalla Società in ogni settore della propria attività aziendale. La Società, infatti, dedica particolare attenzione ai valori etici della correttezza, della trasparenza, della legalità, del rispetto dell’ambiente e della sicurezza dei cantieri ed in generale sui luoghi di lavoro.

Il Codice Etico di ACQUAENNA S.c.p.A. – strumento essenziale ai fini della prevenzione dei reati previsti dal D. Lgs. 231/2001 – mira a raccomandare, promuovere o vietare, al di là ed indipendentemente da quanto previsto a livello normativo, determinati comportamenti definendo i principi di “deontologia aziendale” che la Società riconosce come propri e sui quali richiama l’osservanza da parte di tutti i soggetti che operano al suo interno.

Il Codice Etico, infatti è vincolante e si applica agli Amministratori, ai componenti del Collegio Sindacale e degli altri organi di controllo previsti (ivi compreso l’O.d.V.), a tutti coloro che rivestono una posizione apicale, ai dipendenti, ai collaboratori, ai fornitori nonché a chiunque altro tratti affari o abbia rapporti con ACQUAENNA S.c.p.A.

Il Codice Etico costituisce parte integrante del presente Modello ed entra in vigore all’atto della nomina dell’Organismo di Vigilanza.

3. L’ORGANISMO DI VIGILANZA

3.1 LA STRUTTURA DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

La mera adozione di un Modello organizzativo non è da sola sufficiente ad escludere la responsabilità del soggetto collettivo, essendo altresì necessaria l’istituzione di una attività di vigilanza sul suo funzionamento e sulla sua osservanza, attribuita a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo. La giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione è molto chiara sul punto: iniziativa e controllo possono essere ritenuti effettivi e non meramente “cartolari” soltanto ove risulti la non subordinazione dell’organismo controllante al soggetto controllato (cfr. Cass. Pen. Sez. V, 18.12.2013 n. 4677) o l’assenza di ingerenze e condizionamenti di tipo economico o personale da parte degli organi di vertice della società.

Così, ad esempio, risulterà inadeguato ai fini esimenti quell’Organismo di Vigilanza che preveda la partecipazione, in qualità di presidente, di un consigliere di amministrazione della società o, ancora, la presenza tra i suoi componenti di altri soggetti che, per i loro rapporti o il loro ruolo, non possono essere considerati realmente indipendenti rispetto ai proprietari dell’ente stesso (Cass. Pen. Sez. II, 27.09.2016 n. 52316).

I componenti dell’O.d.V. devono altresì essere dotati – in aggiunta alle già accennate caratteristiche di autonomia e indipendenza – dei requisiti della onorabilità e della professionalità, e devono svolgere le funzioni loro attribuite garantendo una continuità di azione. Nello specifico, secondo quanto chiarito dalla giurisprudenza e dalle Linee Guida elaborate da Confindustria, questi ultimi devono possedere competenze in attività ispettiva e consulenziale ovvero conoscenze tecniche specifiche, idonee a garantire l’efficacia dei poteri propositivi e di controllo ad esso demandati. Infine, allo scopo di garantire una costante ed efficiente attuazione del Mogc, l’O.d.V. deve configurarsi come una struttura dedicata a tempo pieno alla vigilanza sul Modello stesso che assicuri la conservazione e la tracciabilità della documentazione relativa all’attività espletata.

REQUISITO

SIGNIFICATO

AUTONOMIA

INDIPENDENZA

– Evitare che all’Organismo di vigilanza complessivamente inteso siano affidati compiti operativi. Non deve esserci identità tra controllato e controllante.

– Eliminare ingerenze e condizionamenti di tipo economico o personale da parte degli organi di vertice.

– Prevedere nel Modello cause effettive di ineleggibilità e decadenza dal ruolo di membri dell’Organismo di vigilanza, che garantiscano onorabilità, assenza di conflitti di interessi e di relazioni di parentela con gli organi sociali e con il vertice.

PROFESSIONALITÀ

– Nominare soggetti competenti in materia ispettiva e consulenziale, in grado di compiere attività di campionamento statistico, di analisi, valutazione e contenimento dei rischi, di elaborazione e valutazione dei questionari.

– È opportuno prevedere che almeno taluno tra i membri dell’Organismo di vigilanza abbia competenze giuridiche.

CONTINUITÀ

– Predisporre una struttura dedicata all’attività di vigilanza sul modello. Curare la documentazione dell’attività svolta.

Dal combinato disposto degli articoli 6 e 7 del D. Lgs. 231/2001, emerge che la struttura dell’O.d.V. può variare in relazione alla natura e alle dimensioni dell’organizzazione aziendale nonché al tipo di attività svolta, ben potendo il soggetto collettivo optare per l’istituzione di Organismo di Vigilanza ad hoc in composizione monocratica o plurisoggettiva.

Il Decreto, inoltre, consente agli enti di piccole dimensioni di affidare tale compito direttamente all’organo dirigente e, ove si tratti di società di capitali, al Comitato per il controllo della gestione o al Collegio Sindacale. Sul punto, si evidenzia che l’attribuzione di tale duplice ruolo deve essere oggetto di attenta valutazione al fine di evitare in concreto l’insorgere di possibili conflitti d’interesse o di carenze nel sistema dei controlli. Ed infatti, sebbene la giurisprudenza di merito non consideri la concentrazione di funzioni di controllo diverse in capo al medesimo organo un elemento di per sé capace di svilire l’autonomia e l’indipendenza dell’Organismo di vigilanza, compete alla singola impresa circondare i membri dell’organo di controllo di rafforzate garanzie in modo da rendere questa soluzione organizzativa davvero efficace in ottica esimente.

La Società ACQUAENNA S.c.p.A., tenuto conto delle Linee Guida sviluppate da Confindustria e della giurisprudenza formatasi in merito, ritiene che la costituzione di un organo collegiale nominato ad hoc dal Consiglio di Amministrazione possa meglio rispondere alle esigenze di autonomia e controllo richieste dalla legge.

L’Organismo di Vigilanza di ACQUAENNA S.c.p.A. è composto, nel rispetto dei requisiti sopraindicati, da tre componenti:

  • due soggetti esterni, di cui uno con funzioni di Presidente, scelti tra esperti in materie giuridiche, economiche o finanziarie (avvocati, dottori commercialisti, docenti universitari, magistrati in quiescenza, etc.) o tra soggetti in possesso di competenze specialistiche adeguate alla funzione;

  • un soggetto esterno, scelto tra esperti in materia ambientale e di igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro.

I componenti dell’O.d.V. non devono versare in una delle seguenti condizioni di ineleggibilità e/o decadenza:

  • esistenza di relazioni di parentela, coniugio (o situazioni di convivenza di fatto equiparabili al coniugio) o affinità entro il quarto grado con componenti del Consiglio di Amministrazione, con i Sindaci nonché con i soggetti apicali della Società (direttori generali, responsabili di settore, etc.);

  • titolarità, diretta o indiretta, di partecipazioni azionarie di entità tale da permettere di esercitare una influenza dominante o notevole sulla Società, ai sensi dell’art. 2359 c.c., ovvero esistenza di relazioni di parentela, coniugio (o situazioni di convivenza di fatto equiparabili al coniugio) o affinità entro il quarto grado con persone fisiche direttamente o indirettamente titolari di tali partecipazioni;

  • esercizio, anche solo potenziale, di attività in concorrenza o in conflitto di interessi con quella svolta dalla Società;

  • funzioni di amministrazione presso la Società o altre società collegate;

  • funzioni di amministrazione, nei tre esercizi precedenti alla nomina di componente dell’O.d.V., di imprese sottoposte a fallimento, liquidazione coatta amministrativa o altre procedure concorsuali;

  • rapporto di pubblico impiego presso amministrazioni centrali o locali nei tre anni precedenti alla nomina di componente dell’O.d.V.;

  • sentenza di condanna, anche patteggiata o anche non passata in giudicato, emessa in Italia o all’Estero, per i delitti richiamati dal D. Lgs. 231/2001 o per reati che incidono sulla moralità professionale;

  • sentenza di condanna, anche patteggiata o anche non passata in giudicato, a una pena che comporti l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici ovvero l’incapacità ad esercitare anche temporaneamente gli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.

L’O.d.V. resta in carica per la durata stabilita dal Consiglio di Amministrazione all’atto della nomina; in assenza di una specifica determinazione, rimane in carica per tutto il periodo di permanenza nell’ufficio del Consiglio di Amministrazione che lo ha nominato e cesserà le sue funzioni all’atto dell’accettazione della carica dei nuovi componenti l’O.d.V.

I componenti dell’O.d.V. devono comunicare al Consiglio di Amministrazione della Società l’esistenza di una delle predette condizioni costituenti causa di decadenza dalla carica. Il Presidente del C.d.A., anche nel caso in cui venga direttamente a conoscenza del verificarsi di una causa di decadenza di uno dei componenti l’O.d.V., deve convocare senza indugio il Consiglio di Amministrazione affinché proceda alla dichiarazione di decadenza dell’interessato dalla carica di componente dell’O.d.V. ed alla sua sostituzione. L’O.d.V. si intende decaduto se viene a mancare, per dimissioni o decadenza, la maggioranza dei componenti. In tal caso il Consiglio di Amministrazione provvede tempestivamente a nominare i componenti del nuovo O.d.V.

3.2 POTERI E COMPITI DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA

L’Organismo di Vigilanza è deputato al controllo sul funzionamento e sull’osservanza del Modello e ne cura altresì l’aggiornamento.

In particolare, l’O.d.V.:

  1. verifica l’efficacia del Modello rispetto alla prevenzione e all’impedimento della commissione dei reati previsti dal D. Lgs. 231/2001;

  2. vigila sul rispetto delle modalità e delle procedure previste dal Mogc rilevando gli eventuali scostamenti comportamentali che dovessero emergere dall’analisi dei flussi informativi e dalle segnalazioni eventualmente ricevute;

  3. segnala all’organo dirigente le violazioni del Modello – accertate o potenziali – che possano comportare l’applicazione di sanzioni e/o la responsabilità dell’ente;

  4. formula all’organo dirigente le proposte relative agli eventuali aggiornamenti e adeguamenti del Modello, resi necessari dalle accertate violazioni delle prescrizioni in esso contenute, dalle modificazioni dell’organizzazione aziendale o dell’attività concretamente svolta dall’ente nonché dalle modifiche legislative intervenute in materia;

  5. cura la formazione del personale in materia di D. Lgs. 231/2001.

Al fine di garantire l’espletamento dei compiti affidati, l’Organismo di Vigilanza deve mantenere un flusso costante di informazioni con gli organi del Vertice societario, può svolgere controlli e verifiche a campione, attività di internal audit ed avere libero accesso a tutte le funzioni della Società – senza necessità di alcun consenso preventivo – onde ottenere ogni informazione o dato ritenuto necessario avvalendosi, se del caso e sotto la propria diretta sorveglianza e responsabilità, dell’ausilio di tutte le strutture societarie o di consulenti esterni.

I componenti dell’O.d.V., nonché i soggetti di cui l’Organismo stesso si avvale a qualunque titolo, sono tenuti all’obbligo di riservatezza su tutte le informazioni delle quali siano venuti a conoscenza nel compimento delle relative attività.

Allo scopo di assicurare l’effettività delle attività poste in essere dall’Organismo di Vigilanza e la sua continuità di azione, si rende opportuna la tracciabilità e la conservazione della documentazione di tutte le attività svolte quali, a titolo esemplificativo, la verbalizzazione delle riunioni, le relazioni o le informative specifiche, le segnalazioni o i report inviati e ricevuti.

Per garantire la piena autonomia e la propria indipendenza, l’Organismo di Vigilanza si riporta direttamente al Consiglio di Amministrazione. Quest’ultimo, in particolare, destina un apposito budget alle attività proprie dell’O.d.V. e delibera il compenso spettante ai suoi componenti per lo svolgimento delle relative funzioni, oltre al rimborso delle spese sostenute e documentate inerenti alla carica.

I principi di costituzione e di funzionamento dell’Organismo di Vigilanza (nomina e revoca dei suoi componenti, poteri e doveri, determinazione delle cadenze temporali dei controlli, flussi informativi, registrazione e conservazione dell’attività svolta. etc..) sono disciplinati da un apposito Regolamento, predisposto ed approvato dall’O.d.V. medesimo al momento della formale adozione del presente Modello.

    1. I FLUSSI INFORMATIVI DA E VERSO L’ORGANISMO DI

VIGILANZA

Al fine di vigilare sul corretto funzionamento e sull’osservanza del presente Modello, la Società istituisce appositi canali informativi dedicati alla trasmissione delle due principali categorie di comunicazioni da e verso l’O.d.V., costituite da:

  • le segnalazioni relative alle presunte violazioni del Modello

In ottemperanza a quanto disposto dall’art. 6 comma 2 bis lett. a) del D. Lgs. 231/2001, ACQUAENNA S.c.p.A. consente a tutti i Destinatari del presente Modello ed ai soggetti terzi di presentare, a tutela dell’integrità della Società, segnalazioni circostanziate di condotte illecite rilevanti ai sensi del D. Lgs. 231/2001 e succ. mod. , fondate su elementi di fatto precisi e concordanti nonché le segnalazioni relative ad ogni informazione – proveniente anche da terzi – circa le presunte violazioni del presente Modello di Organizzazione e Gestione.

Tali canali garantiscono la riservatezza dell’identità del segnalante nelle attività di gestione della segnalazione.

  • i flussi informativi periodici

I cd. report pervengono all’Organismo di Vigilanza ed agli Organi di vertice della Società con cadenza prestabilita dalle singole funzioni aziendali coinvolte nelle attività a rischio e si riferiscono alle notizie rilevanti e alle eventuali criticità riscontrate nell’ambito dell’area aziendale di pertinenza.

Due sono i canali dedicati alla trasmissione delle suddette comunicazioni:

  • i flussi informativi delle segnalazioni e dei report provenienti da tutti i destinatari del Modello verso l’Organismo di Vigilanza

  • i flussi informativi delle segnalazioni e dei report trasmessi dall’O.d.V. agli Organi di vertice di ACQUAENNA S.c.p.A. e alle altre funzioni aziendali di volta in volta individuate

A titolo esemplificativo e non esaustivo, devono essere obbligatoriamente trasmesse all’O.d.V., dalle funzioni aziendali competenti e, in ogni caso, dal Presidente del Consiglio di Amministrazione, le informative concernenti:

  • ogni fatto, notizia o evento relativo a circostanze che potrebbero determinare, anche solo potenzialmente, la responsabilità della Società ai sensi del D. Lgs. 231/2001;

  • le violazioni del presente Modello o degli atti che lo compongono;

  • i provvedimenti e/o le notizie provenienti da organi di polizia giudiziaria, o da qualsiasi altra autorità, dai quali si evinca lo svolgimento di indagini, anche nei confronti di ignoti, per i reati di cui al D. Lgs. 231/2001;

  • le richieste di assistenza legale inoltrate dai dirigenti e/o dai dipendenti in caso di avvio di procedimento giudiziario per i reati previsti dal D. Lgs. 231/2001;

  • le notizie relative alle ispezioni o iniziative di qualsivoglia autorità pubblica di vigilanza;

  • i rapporti preparati dai responsabili delle funzioni aziendali nell’ambito della loro attività di controllo e dai quali possano emergere fatti, atti, eventi od omissioni con profili di criticità rispetto all’osservanza delle norme del D. Lgs. 231/2001;

  • le notizie relative all’effettiva attuazione, a tutti i livelli aziendali, del Modello organizzativo comprese eventuali anomalie riscontrate rispetto ai principi in esso delineati e l’adozione di comportamenti significativamente difformi da quelli descritti nel Mogc nonché le motivazioni che hanno reso necessaria e/o opportuna tale devianza.

Ancora a titolo esemplificativo, devono essere obbligatoriamente trasmessi dall’O.d.V. agli Organi di vertice di ACQUAENNA S.c.p.A. ed ai Responsabili delle altre funzioni aziendali di volta in volta individuate le informative concernenti:

  • le violazioni delle prescrizioni del Modello e del Codice Etico riscontrate, richiedendo anche il supporto delle altre strutture aziendali che possono collaborare nell’attività di accertamento e individuazione delle azioni volte ad impedire il ripetersi delle violazioni;

  • le procedure disciplinari e le eventuali sanzioni richieste ed applicate, i provvedimenti di archiviazione e le relative motivazioni;

  • eventuali carenze riscontrate nelle procedure attuative delle disposizioni del presente Modello;

  • i progetti da attivare per il miglioramento del Modello stesso, compresa l’individuazione di nuove aree di attività della Società a rischio di commissione dei reati di cui al D. Lgs. 231/2001;

  • la rendicontazione delle spese sostenute.

Il processo gestionale delle segnalazioni concernenti qualsiasi violazione del presente Modello o del Codice Etico si articola in due distinte fasi:

  1. Ricezione della segnalazione

L’Organismo di Vigilanza riceve tutte le segnalazioni direttamente dal segnalante o tramite il Responsabile di ciascun settore aziendale. Tutte le segnalazioni devono essere redatte in forma scritta ed inviate

  • all’indirizzo e-mail:

, in alternativa

  • all’ indirizzo di posta ordinaria:

In accordo con quanto previsto dall’art. 6 comma 2 bis lett. b) del D. Lgs. 231/2001, ACQUAENNA S.c.p.A. assicura l’istituzione di almeno un canale alternativo di segnalazione idoneo a garantire, con modalità informatiche, la riservatezza dell’identità del segnalante. Le segnalazioni da fonte ignota, se opportunamente circostanziate, possono essere utilizzate come atto di impulso di eventuali indagini da parte dell’O.d.V.

Il Responsabile del trattamento dei dati personali ai sensi della normativa sulla privacy richiede che i contenuti delle segnalazioni inoltrate siano pertinenti rispetto alle finalità di cui al D. Lgs. 231/2001 e garantisce al segnalante l’esercizio dei diritti riconosciuti dall’art. 7 del D. Lgs. 196/2003 (cd. “Codice Privacy”) e dagli articoli 15 e ss. del Regolamento UE n. 2016/679 (cd. “GDPR 2016/679”) recanti disposizioni a tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali.

Il segnalante è in ogni caso personalmente responsabile dell’eventuale contenuto diffamatorio delle proprie comunicazioni e ACQUAENNA S.c.p.A. per mezzo del proprio O.d.V., si riserva il diritto di non prendere in considerazione le segnalazioni prodotte in evidente mala fede nonché di applicare sanzioni nei confronti di chi effettua con dolo o colpa grave segnalazioni che si rivelano infondate.

Fatti salvi gli obblighi di legge e la tutela dei diritti della Società o delle persone accusate erroneamente e/o in mala fede, ai sensi dell’art. 6 commi 2 bis, 2 ter e 2 quater del D. Lgs. 231/2001, l’Organismo di Vigilanza garantisce il segnalante da qualsiasi forma di ritorsione, discriminazione o penalizzazione diretta o indiretta, ivi compresi il licenziamento, il demansionamento o l’irrogazione di sanzioni disciplinari conseguenti all’attività di segnalazione, potendo altresì irrogare sanzioni nei confronti di chi viola le misure a tutela del segnalante stesso.

Ai sensi della citata normativa, è fatto divieto di compiere atti di ritorsione o discriminatori, diretti o indiretti, nei confronti del segnalante per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla segnalazione. L’adozione di misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che effettuano le segnalazioni può essere denunciata all’Ispettorato nazionale del lavoro, per i provvedimenti di propria competenza, oltre che dal segnalante, anche dall’organizzazione sindacale indicata dal medesimo. Il licenziamento ritorsivo o discriminatorio del soggetto segnalante è nullo. Sono altresì nulli il mutamento di mansioni ai sensi dell’art. 2103 del codice civile, nonché qualsiasi altra misura ritorsiva o discriminatoria adottata nei confronti del segnalante. É onere del datole di lavoro, in caso di controversie legate all’irrogazione di sanzioni disciplinari, o a demansionamenti, licenziamenti, trasferimenti o sottoposizione del segnalante ad altra misura organizzativa avente effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro, successivi alla presentazione della segnalazione, dimostrare che tali misure sono fondate su ragioni estranee alla segnalazione stessa.

  1. Istruttoria e Accertamento

L’Organismo di Vigilanza valuta tutte le segnalazioni ricevute avvalendosi, a seconda della loro natura, delle strutture interne della Società per lo svolgimento degli approfondimenti sui fatti oggetto di segnalazione. Può ascoltare direttamente l’autore della segnalazione o i soggetti menzionati nella medesima; ad esito dell’attività istruttoria assume, motivandole, le decisioni conseguenti, archiviando la segnalazione – ove del caso – o richiedendo alla Società di procedere alla valutazione ai fini disciplinari e sanzionatori di quanto accertato e/o agli opportuni interventi sul Mogc. Ove gli approfondimenti effettuati evidenzino situazioni di gravi violazioni del Modello e/o del Codice Etico, ovvero nel caso in cui abbia maturato il fondato sospetto di commissione di un reato, l’O.d.V. procede alla comunicazione della segnalazione e delle proprie valutazioni al Consiglio di Amministrazione e, se del caso, al Collegio Sindacale.

Al fine di consentire a tutti i destinatari del Modello una più agevole conoscenza e consultazione dei flussi comunicativi da e verso l’O.d.V., è stata predisposta apposita Procedura allegata al presente Modello e costituente sua parte integrante (rinvio alla Procedura “Flussi e Segnalazioni”).

4. IL SISTEMA DISCIPLINARE

4.1 PRINCIPI DEL SISTEMA DISCIPLINARE

L’efficace e concreta attuazione del presente Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo esige, in linea con quanto disposto dagli artt. 6 comma 2 lett. e) e 7 comma 4 lett. b) del D. Lgs. 231/2001, l’adozione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle prescrizioni e dei codici di comportamento indicati nel Modello stesso e nel Codice Etico.

Tale meccanismo sanzionatorio opera come presidio interno all’impresa, che si aggiunge e prescinde dall’eventuale instaurazione di un giudizio penale volto all’accertamento del reato commesso.

È importante sottolineare che la funzione propria del sistema disciplinare delineato dal presente Modello è quella di prevenire la commissione dei reati presupposto e la conseguente applicazione alla Società di sanzioni “esterne” da parte dello Stato, censurando in via immediata e anticipata non soltanto i comportamenti costituenti reato ai sensi del D. Lgs. 231/2001 ma anche quelle condotte che, violando le disposizioni del Modello e del Codice Etico, possono potenzialmente diventarlo.

Diversamente, un sistema disciplinare volto a sanzionare comportamenti già di per sé costituenti reato finirebbe per duplicare inutilmente le sanzioni previste dall’ordinamento statale (pena per la persona fisica e sanzione amministrativa ex Decreto 231) e rendere intrinsecamente inefficace il presente Modello.

Se il sistema disciplinare adottato da ACQUAENNA S.c.p.A. ha una funzione essenzialmente preventiva, è necessario che lo stesso risponda ai seguenti principi:

  • pluralità: occorre determinare un ventaglio di sanzioni cui si espone chiunque non osservi le misure organizzative adottate;

  • proporzionalità: le sanzioni devono essere graduate in ragione della gravità delle violazioni accertate o potenziali, delle funzioni aziendali espletate e/o delle qualifiche eventualmente possedute dal soggetto agente e della presenza di pregresse contestazioni;

  • contraddittorio: una volta formulata la contestazione specifica dell’addebito, deve essere assicurata la partecipazione del soggetto interessato al proprio procedimento disciplinare, al fine di garantire la possibilità di esercitare il proprio diritto di difesa;

  • pubblicità: la possibilità di muovere un rimprovero al soggetto che ha violato le prescrizioni del Modello e del Codice Etico presuppone la conoscibilità di ciò che è consentito e di ciò che non lo è.

Il presente Modello prevede sanzioni disciplinari distinte per le diverse categorie dei soggetti che operano all’interno di ACQUAENNA S.c.p.A., applicabili in tutti i casi di violazioni che ledono il rapporto di fiducia instaurato con la Società stessa. Quest’ultima, infatti, con l’adozione del presente Modello e del Codice Etico, persegue l’obiettivo di assicurare condizioni di correttezza e trasparenza nella conduzione degli affari e delle attività aziendali, a tutela del patrimonio aziendale e della propria immagine nel mercato.

I provvedimenti disciplinari sono irrogati dal Consiglio di Amministrazione sulla base delle segnalazioni ricevute.

4.2 Misure applicabili nei confronti dei soggetti apicali

La Società valuta con oggettività ed inflessibilità le violazioni del Codice Etico o delle procedure interne previste dal presente Modello nonché l’adozione di comportamenti non conformi alle suddette prescrizioni, posti in essere da coloro che rappresentano il vertice della Società.

In caso di violazioni commesse dai Dirigenti, potranno applicarsi le misure ritenute più idonee, avuto riguardo anche a quanto stabilito dal contratto di lavoro vigente. Quale specifica sanzione disciplinare, in considerazione della violazione del vincolo fiduciario che presiede alla natura del rapporto dirigenziale, è prevista la possibilità del licenziamento del soggetto apicale.

Per ciò che concerne le violazioni commesse da parte di uno o più componenti del Consiglio di Amministrazione o del Collegio Sindacale, si applicheranno adeguati provvedimenti, che possono consistere, in relazione alla gravità del comportamento, in:

  • censura orale:

  • per le lievi inosservanze di quanto stabilito dalle procedure interne previste dal presente Modello o in seguito all’adozione di comportamenti negligenti di lieve entità;

  • in caso di tolleranza o messa segnalazione di lievi irregolarità commesse da altri soggetti.

  • censura scritta a verbale:

  • applicabile alle inosservanze punibili con il rimprovero verbale ma che, in ragione delle conseguenze negative per la Società o della recidività dell’autore, abbiano una maggiore rilevanza (es: violazione reiterata delle procedure previste dal presente Modello o reiterata adozione di condotte non conformi alle prescrizioni del Modello stesso);

  • in caso di omessa segnalazione o tolleranza, da parte dei Responsabili di funzione, di irregolarità non gravi o reiterate commesse da altri soggetti.

  • segnalazione all’Assemblea dei soci per gli opportuni provvedimenti:

  • applicabile in caso di inosservanza grave delle procedure interne previste dal presente Modello o gravi negligenze rispetto alle prescrizioni in esso contenute;

  • per le violazioni delle prescrizioni contenute nel presente Modello, suscettibili di integrare le fattispecie di reato previste dal D. Lgs. 231/2001 nonché per i comportamenti tali da comportare la possibile applicazione, in capo alla Società, delle sanzioni previste dal D. Lgs. 231/2001;

  • per le ipotesi di omessa segnalazione o tolleranza di gravi irregolarità, commesse da altri soggetti, tali da esporre la Società ad una situazione oggettiva di pericolo o da determinare riflessi negativi per la stessa.

È in ogni caso salva la facoltà di proporre azioni di risarcimento e/o responsabilità secondo le norme del codice civile.

4.3 Misure applicabili nei confronti dei soggetti

subordinati

I provvedimenti disciplinari applicabili ai soggetti sottoposti all’altrui direzione e controllo nelle ipotesi di violazione delle singole regole comportamentali del Codice Etico e/o del presente Modello, in ordine crescente di gravità, sono:

  • il richiamo verbale:

  • per la lieve inosservanza di quanto stabilito dalle procedure interne previste dal Modello o in occasione di comportamenti non conformi alle prescrizioni del Modello stesso;

  • applicabile in caso di tolleranza o omessa segnalazione, da parte dei Responsabili di funzione, di lievi irregolarità commesse da altri soggetti.

  • l’ammonizione scritta:

  • applicabile in occasione di mancanze punibili con il richiamo verbale ma che, in ragione delle conseguenze negative per la Società o della recidività dell’autore, abbiano una maggiore rilevanza (es: violazione reiterata delle procedure previste dal presente Modello o reiterata adozione di condotte non conformi alle prescrizioni del Modello stesso);

  • in caso di omessa segnalazione o tolleranza, da parte dei Responsabili di funzione, di irregolarità non lievi o reiterate commesse da altri soggetti.

  • la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione fino ad un massimo di 3 giorni:

  • applicabile in caso di inosservanza grave delle procedure interne previste dal presente Modello o gravi negligenze rispetto alle prescrizioni in esso contenute;

  • per le ipotesi di omessa segnalazione o tolleranza di gravi irregolarità, commesse da altri soggetti, tali da esporre la Società ad una situazione oggettiva di pericolo o da determinare riflessi negativi per la stessa.

  • il licenziamento:

  • per le violazioni delle prescrizioni contenute nel presente Modello, suscettibili di integrare le fattispecie di reato previste dal D. Lgs. 231/2001;

  • per i comportamenti tali da comportare la possibile applicazione, in capo alla Società, delle sanzioni previste dal D. Lgs. 231/2001, o tali da far venir meno la fiducia sulla quale è basato il rapporto di lavoro o da non consentirne più la prosecuzione.

Tali provvedimenti sono irrogati sulla base degli specifici CCNL di categoria applicati, nel rispetto delle procedure previste dall’art. 7 della Legge 20 maggio 1970 n. 300 (cd. Statuto dei Lavoratori) e dei principi di proporzionalità e del contraddittorio sopra richiamati.

4.4. Misure applicabili nei confronti di soggetti terzi

aventi rapporti contrattuali con la società

La violazione delle regole del Codice Etico e del presente Modello da parte dei soggetti terzi quali fornitori, collaboratori, consulenti esterni o partners commerciali, può comportare l’attivazione obbligatoria delle clausole sanzionatorie inserite nei relativi contratti, nonché la risoluzione del rapporto contrattuale stesso.

È in ogni caso fatto salvo il diritto della Società di chiedere il risarcimento dei danni subiti in considerazione di tali condotte.

5. DIFFUSIONE DEL MODELLO

5.1 principi generali

Al fine di dare efficace attuazione al Modello, la Società intende assicurare la comprensione e la divulgazione delle disposizioni in esso contenute e dei principi Codice Etico, sia all’interno che all’esterno della propria organizzazione.

L’attività di comunicazione del Modello e delle sue parti integranti, nonché la formazione del personale sui contenuti del D. Lgs. 231/2001, è affidata al Responsabile Amministrativo di ACQUAENNA S.c.p.A. in collaborazione con l’Organismo di Vigilanza.

Tali attività, improntate ai principi di completezza, chiarezza, accessibilità e continuità, sono diversificate in ragione della qualifica rivestita dalle diverse categorie dei Destinatari del presente Modello (soggetti apicali, soggetti sottoposti all’altrui direzione e controlli, terzi in genere).

5.2 comunicazione del modello

Il presente Modello è oggetto di comunicazione a tutti i soggetti aziendali interessati secondo modalità e tempi – definiti dall’Organismo di Vigilanza d’intesa con il Responsabile Amministrativo – tali da favorire la massima conoscenza delle regole comportamentali che ACQUAENNA S.c.p.A. ha ritenuto di adottare.

In particolare, per ciò che concerne i soggetti in posizione apicale e quelli soggetti all’altrui direzione e controllo, la Società prevede che:

  • a tutto il personale ed ai vertici aziendali venga data apposita informativa relativa alla pubblicazione del presente Modello e del Codice Etico sulla rete aziendale nonché della sua affissione nelle bacheche aziendali. Ai nuovi dipendenti la suddetta comunicazione sarà fornita all’atto della loro assunzione;
  • a tutti i soggetti operanti in ACQUAENNA S.c.p.A. venga data comunicazione della versione aggiornata del Modello, approvata dal Consiglio di Amministrazione, mediante pubblicazione sulla rete aziendale e affissione della stessa nelle bacheche aziendali;
  • tutti i dipendenti hanno facoltà di accesso e di consultazione di tutta la documentazione costituente il Modello;
  • un estratto della parte generale del presente Modello e del Codice Etico sarà pubblicato sul sito internet della Società.

ACQUAENNA S.c.p.A. provvede inoltre ad informare i fornitori, i collaboratori, i consulenti e i terzi in genere dell’esistenza delle regole comportamentali e procedurali contenute nel presente Modello e nel Codice Etico. Nei rapporti contrattuali con tali soggetti saranno inserite apposite clausole di tutela della Società in caso di contravvenzione alle predette prescrizioni nonché ai principi etici generali cui sono tenuti ad uniformarsi.

5.3 formazione

L’Organismo di Vigilanza, in accordo con il Responsabile Amministrativo, definisce annualmente i programmi di formazione e informazione di tutti i soggetti aziendali in funzione della qualifica ricoperta, dei poteri e delle deleghe attribuite nonché del livello di rischio dell’area aziendale in cui operano.

L’attività di formazione viene erogata attraverso corsi ad hoc la cui partecipazione è obbligatoria. Tale obbligo costituisce una regola fondamentale del presente Modello, alla cui violazione sono connesse le sanzioni previste dal sistema disciplinare. È cura dell’Organismo di Vigilanza verificare l’attuazione del piano di formazione, anche effettuando controlli periodici sul grado di conoscenza da parte dei dipendenti del D. Lgs. 231/2001, del Modello e del Codice Etico.

In particolare, i corsi di formazione devono avere ad oggetto:

  • il D. Lgs. 231/2001 e le sue successive modifiche;

  • il catalogo dei reati presupposto richiamati dal presente Modello;

  • il Codice Etico;

  • l’Organismo di Vigilanza;

  • le modalità di segnalazione delle violazioni, anche potenziali, del presente Modello e del Codice Etico;

  • il sistema disciplinare.

Il contenuto delle attività di formazione viene aggiornato in relazione all’evoluzione della normativa di riferimento, del contenuto del Modello nonché dei mutamenti nell’organizzazione aziendale.

Consapevole dell’importanza e della centralità dei temi della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, ACQUAENNA S.c.p.A. si impegna a prestare particolare attenzione alle attività di formazione relative alla prevenzione degli infortuni sul lavoro e dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.